Come sono cambiati nel tempo voci di spesa e loro importanza sul bilancio delle famiglie?
L’Istat ha recentemente raccontato la crescita e i cambiamenti dell’Italia attraverso i consumi.
Dal 1861 ad oggi la ricchezza media per abitante è aumentata di oltre 12 volte, con una forte accelerazione nella seconda metà del secolo scorso e una stagnazione negli ultimi venti anni.
Nel secondo dopoguerra c’era molta povertà e la necessità era quella di soddisfare i bisogni primari. Nel 1953 la spesa alimentare pesava infatti per ben il 52,4% (oggi il 21%) sul bilancio familiare!
Con il boom economico degli anni Sessanta la grande svolta: aumentano le disponibilità e nasce la società dei consumi. Gli italiani iniziano ad acquistare, anche a rate, beni di consumo durevoli come l’automobile, il televisore, il frigorifero.
Negli anni Settanta per le famiglie crescono invece le spese di trasporto, a causa della crisi petrolifera di quel periodo, mentre calano le spese sanitarie grazie all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (la spesa sanitaria è però ricresciuta negli ultimi decenni!)
Negli anni Ottanta continua a diminuire l’incidenza della spesa per generi alimentari e inizia l’incremento di quella per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, che arriva dal 15,9% del 1980 al 35,7 del 2024!
Con la rivoluzione digitale, a partire dagli anni Novanta, si sviluppano poi le spese di comunicazione.
Di fatto, in termini generali, oggi la spesa per servizi rappresenta circa la metà del bilancio familiare: la stessa che settanta anni fa era destinata all’acquisto di beni alimentari!
Cambia la popolazione, cambiano i gusti
L’idea che un prodotto agroalimentare di valore per il mercato sia “quello di una volta”, potrebbe talvolta essere sbagliata.
Sicuramente alcune produzioni che ci arrivano dal passato si caratterizzano per sapori e profumi ancor oggi apprezzati, ma non è così per tante altre. Ad esempio, tra i derivati del maiale riconosciuti PAT – Prodotti Agroalimentari del Friuli Venezia Giulia, quanti gradirebbero oggi la “polmonarie” o il “sanganel” (insaccati a base di polmone e di sangue)?
Ma questo succede anche per prodotti meno particolari di quelli citati.
La standardizzazione richiesta ai produttori dalla Grande Distribuzione, l’industrializzazione delle produzioni, i nuovi stili di consumo hanno infatti portato negli anni a un appiattimento dell’offerta e del gusto degli acquirenti. Di fatto sapori e profumi “più impegnativi” di produzioni d’eccellenza sono spesso riconosciuti per il loro effettivo valore solo da fasce ristrette di intenditori.
I gusti cambiano anche perché cambia la popolazione. A dimostrazione riporto alcuni dati statistici della mia regione, il Friuli Venezia Giulia.
I dati annuali, riferiti all’1 gennaio 2025, diffusi recentemente dall’Ufficio Statistica regionale (SPPS RAFVG) ci forniscono infatti una fotografia di come la sua popolazione si stia modificando.
I residenti sono 1.193.284 con una diminuzione dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale negativo tra nascite e decessi non è dunque compensato dal positivo saldo migratorio.
La popolazione straniera è infatti aumentata dell’1,5% e rappresenta il 10,2% del totale.
Tra gli stranieri residenti prevalgono quelli di cittadinanza rumena (21%), albanese (8%), bangladese (7%) e ucraina (6%). Cresce anche la presenza di stranieri extracomunitari con permesso di soggiorno (n. 86.708) di cui il 41,5% sono europei, ma non UE.
Tra i residenti pochi giovani e tanti anziani. Ben il 27,5% della popolazione ha più di 65 anni. Ogni 100 persone con meno di 15 anni, ve ne sono 252 con 65 o più anni! L’età media dei residenti è 48,7 anni, a fronte dei 37,6 di quelli con cittadinanza straniera.
In pratica da una parte c’è una popolazione sempre più in là con gli anni e per questo con specifiche esigenze alimentari legate all’età, e dall’altra ci sono diversi stili e abitudini di consumo di chi proviene da altri paesi.
La capacità di spesa
E’ risaputo che il cibo buono, locale, di produttori attenti alle problematiche ambientali e sociali, ha un maggior costo di produzione e di conseguenza un prezzo più elevato alla vendita.
Le scarse disponibilità economiche possono determinare le scelte dei consumatori indirizzandoli all’acquisto di prodotti di qualità inferiore perché di minor costo.
Rimanendo sempre in Friuli Venezia Giulia, nel 2025, ben il 41 % dei contribuenti ha dichiarato un reddito complessivo lordo inferiore a 20.000 euro l’anno e di questi circa la metà addirittura al di sotto di 10.000 euro.
I dati evidenziano poi la disparità di genere. Le donne dichiarano infatti un terzo in meno degli uomini e hanno una pensione mediamente inferiore di circa 9.000 euro.
Considerato il fatto che il Friuli Venezia Giulia è in fascia medio-alta per ricchezza, ma anche tra le regioni italiane più care per costo della vita, si può ben comprendere come il cibo di qualità possa diventare prerogativa di pochi.
Naturalmente questo si ripercuote anche sui produttori locali che vedono restringersi il mercato e le loro potenzialità di vendita.
Il divario fra narrazione e realtà
Per me che lavoro nel settore agroalimentare è spesso motivo di riflessione la distanza fra bisogni dei consumatori narrati da studi e ricerche di mercato e le difficoltà di vendita dei produttori.
Nei sondaggi le persone esprimono un atteggiamento molto favorevole verso i prodotti di qualità (es. biologici, a km0, salubri, genuini, ecc.) e dichiarano l’interesse ad acquistarli, ma poi solo una piccola parte concretizza in tal senso la sua scelta.
Questo succede perché poi subentrano barriere reali come il prezzo elevato, la reperibilità, l’abitudine d’acquisto o al consumo di alimenti meno sani, ma nell’immediato più appaganti.
Nelle interviste le persone tendono poi a dichiarare ciò che appare giusto, etico o moderno, non quello che faranno realmente. Le intenzioni d’acquisto dovrebbero quindi essere sempre confrontate con i comportamenti reali e con dati effettivi di vendita.
Conclusioni
I dati esposti ci fanno capire quanto sia oggi importante avere una visione completa della filiera e dell’evoluzione del mercato, sia da parte dei produttori che di chi cura, per o con loro, il marketing e la comunicazione.
Personalmente credo che le piccole e medie imprese dell’agroalimentare con produzioni di qualità per dare la giusta luce alla loro offerta debbano puntare su un’informazione anch’essa di qualità.
Purtroppo la facilità d’uso dei social favorisce una comunicazione talvolta banale, ripetitiva, d’effetto immediato e priva di strategie, che non educa, non fidelizza e che in taluni casi può addirittura allontanare proprio i migliori potenziali clienti.
A mio avviso, anche nella comunicazione le imprese dovrebbero collaborare tra di loro, confrontarsi insieme con cittadini e consumatori per sviluppare progettualità comuni in linea con le esigenze di tutte e due le parti.
19/08/2026


