Oggi vi voglio parlare di allevamento bovino da latte attraverso le parole e il sentire di tre giovani allevatori del mio territorio.

La domesticazione dei bovini, per il lavoro agricolo e per il latte, ha avuto origine in India e Medio Oriente nel periodo tra il 10.000 e l’8.000 a.C..

Come raccontato in Storia di latte e formaggi, la trasformazione del latte in un alimento facile da trasportare e meno deperibile come il formaggio si è sviluppata nel corso dei secoli, ha consentito la sopravvivenza di intere popolazioni e ha dato vita nel nostro paese a tanti prodotti di pregio che ancor oggi caratterizzano l’industria casearia italiana.

In seguito ai cambiamenti socio economici, all’introduzione di nuove tecniche di alimentazione e alla selezione genetica, nel secolo scorso l’allevamento bovino da latte si è poi specializzato diventando attività d’impresa e quindi fonte di reddito.

Non si può però negare che in molti casi il passaggio ad un allevamento di tipo intensivo ha avuto riflessi negativi in ambito sociale, economico e ambientale.  Di conseguenza oggi si discute molto sulla necessità di trovare un nuovo equilibrio che garantisca la sostenibilità economica dell’impresa agricola, ma nello stesso tempo una sua corretta integrazione con il sistema di cui fa parte.

I dati nazionali e del Friuli Venezia Giulia

Al 31 dicembre 2019 risultavano iscritti alle Anagrafi zootecniche del Ministero della salute 26.530 allevamenti con un totale di 1.498.847 vacche da latte, pari a un numero medio per stalla di 56 unità.

Le aree con più allevamenti sono la regione Lombardia (5.383), la provincia di Bolzano (4.948) e l’Emilia Romagna (3.615). La dimensione media aziendale può però essere molto variabile: ad esempio nella provincia di Bolzano si allevano 18 capi, mentre in Lombardia sono mediamente presenti 194 bovine per stalla.

La zootecnia da latte riveste un ruolo importante anche nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia. Come nel resto d’Italia, nel corso degli anni il numero di allevamenti si è notevolmente ridotto, ma è aumentata la loro dimensione. Oggi in Friuli Venezia Giulia, ce ne sono 916 con un totale di 61.951 bovine e una media stalla di 68 capi. L’età mediamente elevata degli allevatori e l’assenza di un adeguato ricambio generazionale fanno però presupporre per il futuro un’ulteriore riduzione del loro numero.

Il punto di vista di giovani allevatori

Come già preannunciato in apertura, voglio qui dar voce a tre giovani allevatori, accomunati da passione e da una stessa visione aziendale, che conferiscono il latte e partecipano alla vita di latterie sociali cooperative di paese, esempi di filiera corta e patrimonio della tradizione e della storia locale.

A loro la parola.

Manuel Candotto Carniel: Ho 28 anni e con mio cugino Luca (anni 25) conduco l’azienda agricola di famiglia situata a Marsure di Aviano. Alleviamo 140 vacche da latte e conferiamo, mattina e sera, il nostro latte appena munto, nella storica Latteria Sociale di Marsure che amministriamo insieme agli altri soci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario e poi, lavorando contemporaneamente in azienda, mi sono laureato in Agraria all’Università di Udine. Non ho mai pensato ad un lavoro diverso, perché questa è la vita che desidero fare.

Marco Nespolo:  Ho 28 anni e gestisco, con mio padre Roberto, l’azienda di famiglia a Mansuè. Siamo attrezzati con macchinari per fare lavorazioni conto terzi, ma ho una grande passione per la zootecnia da latte. Per questo seguo personalmente l’allevamento di circa 40 bovine da latte in una stalla risistemata che era di proprietà dei nonni. Ho studiato da disegnatore progettista meccanico, ma poi ho capito che la mia vocazione è l’agricoltura. Conferisco il latte alla storica Latteria Sociale Turnaria di Maron di Brugnera di cui sono socio.

Marco Negri: Ho 40 anni e sono titolare, con mio padre Giuseppe, dell’azienda agricola di famiglia a Villa D’Arco di Cordenons. Allevo circa 60 bovine da latte e conferisco la mia produzione alla Latteria Sociale di Palse, di cui sono anche amministratore in qualità di vicepresidente. Ho frequentato la Scuola Professionale per l’Agricoltura perché ho sempre pensato e desiderato di fare questo mestiere.

Allevatore con bovina

Marco Nespolo

Partiamo subito con un argomento di cui si sta molto discutendo in questi giorni.

Nel convegno dello scorso 21 aprile L’Ispra, Istituto per la protezione e la ricerca ambientale, ha evidenziato dal 1990 al 2018, una diminuzione del 13% delle emissioni di gas serra in agricoltura (il settore è responsabile a livello nazionale del 7% delle emissioni), per la riduzione del numero dei capi, delle superfici e produzioni agricole, dell’uso dei fertilizzanti sintetici e dei cambiamenti nei metodi di gestione delle deiezioni.

In base ai dati rilevati, ha però attribuito all’allevamento di bovini, suini ed avicoli ben il 78% delle emissioni di ammoniaca che, come risaputo, può partecipare alla formazione di particolato atmosferico e influire di conseguenza sulla qualità dell’aria.

Cosa mi potete dire in merito?

Marco Negri: Una corretta gestione delle deiezioni e dello spandimento dei liquami limita notevolmente le emissioni di ammoniaca. Noi ad esempio procediamo con il loro interramento subito dopo lo spargimento. Sicuramente il problema è più sentito in aree di altre regioni dove sono concentrati tanti allevamenti di grande dimensione. Nel mio comune siamo rimasti solo in tre a svolgere questa attività e le nostre aziende, pur essendo cresciute nel tempo, sono ancora di dimensione contenuta e quindi il loro impatto ambientale non è più di tanto rilevante.

Nella logica della sostenibilità ambientale, io ho scelto di non ricorrere all’acquisto esterno di foraggi e mangimi, ad eccezione della soia, e di proporzionare il numero di capi allevati all’effettiva produzione aziendale del loro fabbisogno alimentare. Certamente ci saranno ulteriori margini di miglioramento, ma io sono fiero del mio lavoro e ci tengo farlo bene!

Manuel Candotto Carniel: La nostra attività è parte integrante e strategica per la cura del territorio e del paesaggio. L’importante è mantenerla in equilibrio con quello che ci circonda, ma senza le nostre aziende il territorio sarebbe soggetto all’abbandono e al degrado.

Allevatore con bovina

Marco Negri

E’ opinione diffusa che con la crescita dimensionale degli allevamenti sia scomparsa l’etica di produzione fondata sul rispetto dell’animale e sul suo riconoscimento. Qual è il vostro rapporto con le bovine allevate? 

Pur avendo aumentato il numero dei capi per dare una sostenibilità economica alle nostre aziende, il rapporto con gli animali non è diventato asettico, ma è in qualche modo “affettivo”.  Il legame è molto stretto, riusciamo a riconoscere le singole bovine e quando ci capita di stare più giorni lontano da casa ne avvertiamo la mancanza.

Marco Nespolo afferma addirittura di parlare con le sue mucche.

L’attenzione per il benessere animale è grande. Tutti prevedono ulteriori interventi in azienda per aumentare gli spazi a disposizione dei capi allevati, ricordando che il benessere animale è funzionale anche al miglioramento qualitativo e quantitativo delle produzioni.

Come valuta il vostro lavoro la gente del posto?  Vi sentite riconosciuti e apprezzati?

Marco Nespolo: Personalmente mi sento rispettato e benvoluto. Colgo la vicinanza dei compaesani che, a mio avviso, percepiscono il valore del nostro lavoro. La produzione di cibo è infatti un’attività di primaria importanza per la sopravvivenza della popolazione e in particolare l’allevamento bovino latte è stato in passato una delle principali fonti di sostentamento. Ciò fa spesso riaffiorare nelle persone tanti ricordi. Con la mia attività contribuisco quindi a dare continuità ed importanza anche alle tradizioni del mondo rurale del mio paese.

Marco Negri sottolinea che bambini del paese gli chiedono di poter vedere gli animali, cosa per loro sempre più difficile per la forte diminuzione di allevamenti sul territorio. Racconta anche di qualche lamentela di vicinato per gli odori, che si contrappone però alla comprensione di altri che li identificano come una piacevole sfumatura del vivere in campagna.

Cosa chiedete alla politica?

Chiediamo politiche per la valorizzazione delle nostre produzioni di qualità, per ottenere una giusta remunerazione del nostro latte e di conseguenza la sostenibilità economica delle nostre aziende.

Perché i consumatori dovrebbero acquistare i prodotti ottenuti con il vostro latte nelle Latterie di Marsure, Palse e Maron?

Perché possono essere certi della loro provenienza, del fatto che sono controllati, genuini e di qualità. Noi rappresentiamo filiere corte che si sviluppano in aree ristrette. Chi acquista i nostri prodotti condivide e supporta quindi modelli sostenibili di produzione e di vendita del cibo. E’ un acquisto “etico e consapevole” che sostiene chi come noi contribuisce a far vivere il territorio.

Quali consigli potreste dare a un giovane che volesse intraprendere la vostra attività?

Manuel Carniel Candotto: Per avviare un’attività di questo tipo è necessario un grande investimento di capitali. Di conseguenza un giovane che non dispone già di un patrimonio di famiglia, ha davanti una strada tutta in salita. L’allevamento da latte richiede poi un impegno costante che diventa fatica se alla base non c’è una grande passione. Direi che la chiave di tutto sta proprio nella passione. Io sono felice di alzarmi al mattino presto e non avverto la fatica perché amo il mio lavoro.

Lasciatemelo dire: per me questo è il più bel mestiere del mondo!

 

28 aprile 2020

Foto di apertura: Manuel Candotto Carniel