Abito in una piccola città del Nordest e nella prima serata di ieri, 13 marzo 2020, a casa per l’emergenza Coronavirus, ho ancora una volta trovato conferma che sarà l’unità degli individui a far nascere un nuovo mondo.  Il suono di un sax e una canzone di Lucio Dalla hanno infatti fatto la magia di far affacciare le persone ai balconi ed emergere un sentire comune di vita e di speranza. Un momento toccante che ha riscaldato i cuori e ci ha reso più forti.

Tempo fa avevo letto un articolo in cui la popolazione italiana era assimilata alla rana bollita del filosofo Noam Chomsky, che messa in una pentola d’acqua fredda sul fuoco si adegua al graduale aumento della temperatura fino a quando,  oramai priva della forze necessarie per uscire, muore.

La crisi socio economica che, da diversi anni, il paese sta attraversando, ha evidenziato le criticità del nostro sistema produttivo. Paradossalmente il virus ci costringe a saltare fuori dalla pentola e a sperimentare nuovi percorsi di rinascita.

Lavoro nell’agroalimentare da molto tempo e mi piace raccontare il modello delle latterie turnarie su cui in passato, in un’economia rurale, si reggeva la vita sociale ed economica di molti paesi del Friuli Venezia Giulia. Nelle latterie turnarie ogni allevatore conferiva il latte prodotto, a turno aiutava il casaro nella trasformazione comune del latte in formaggio e ritirava, per il consumo famigliare e l’eventuale vendita, una quantità di formaggio rapportata alla quantità di materia prima messa a disposizione.

Le latterie turnarie erano nate dal bisogno di trovare soluzioni per la sopravvivenza delle popolazioni locali alla fine del IX° secolo e nella prima metà del secolo scorso e attraverso la collaborazione di tutti i soggetti che ne facevano parte, hanno contribuito a risolvere il problema comune della fame e accompagnato successivamente la trasformazione dell’allevamento bovino da latte in un’attività da reddito.

Oggi come allora c’è bisogno di costruire progetti comuni su una visione di insieme e con la consapevolezza degli effetti delle proprie scelte sugli altri. Il socio della latteria turnaria aveva ad esempio ben chiaro che il conferimento di un latte di qualità scadente avrebbe determinato difetti sul formaggio e compromesso il risultato finale non solo per sé stesso, ma anche per tutti gli altri soci.

L’estrema specializzazione e la forte competizione sul mercato hanno purtroppo portato gli imprenditori a cercare in forma individuale il massimo profitto nel breve termine, con il risultato che oggi siamo tutti più deboli e soli.

Per combattere il Coronavirus siamo chiamati a una responsabilità collettiva, la stessa che dovremo poi adottare per ripartire, che si basa sul valore dell’ascolto delle esigenze dell’altro, della condivisione e della fiducia reciproca.

In questa pausa obbligata possiamo elaborare nuove idee progettuali che vadano a supporto di chi è e sarà in maggiori difficoltà, per un bene collettivo che di fatto nel tempo è anche il bene del singolo. Ad esempio nell’agroalimentare pensiamo a reti più o meno formalizzate fra produttori, ristoratori e in genere titolari di pubblici esercizi abbattendo la sfiducia e la paura della fregatura che in un sistema basato su una insana competizione ha usurato le persone e i loro sentimenti.

Non dobbiamo invece cadere nel tranello dell’autocommiserazione, del pretendere e aspettare l’aiuto da altri perché ritorneremo ad essere la rana in pentola. L’aiuto più grande ce lo possiamo dare noi stessi con il nostro cambiamento.

Non dobbiamo nemmeno pensare a una rinascita per far vedere ad altri che siamo i più bravi, credo invece che un nuovo modo di lavorare e relazionarsi debba essere finalizzato al nostro star bene e alla nostra felicità.

D’altro canto il fatto stesso di operare per un bene comune ci renderà più felici.

14 marzo 2020