In Friuli Venezia Giulia le vecchie varietà di melo e pero stanno dando luce a territori marginali e facendo nascere nuove imprese agricole.

Fino ai primi del ‘900, nelle zone montane e pedemontane di tutto l’arco alpino, comprese quelle del Friuli Venezia Giulia, le due specie erano coltivate per l’autoconsumo e in alcuni casi i frutti venivano anche esportati in altri paesi.

Lo spopolamento della montagna e lo sviluppo in pianura di una frutticoltura intensiva, con costi di produzione più bassi e fondata sulla coltivazione di varietà commerciali (ad esempio mele Golden Delicious, Red Delicious, Imperatore), in regione avevano causato nel tempo quasi la scomparsa delle cultivar locali. Spesso quest’ultime erano arrivate da terre straniere conosciute con l’emigrazione e pian piano si erano naturalizzate e diffuse sul territorio.

A partire dagli anni 80, in Friuli Venezia Giulia sono stati sviluppati diversi progetti, a cura di enti ed organizzazioni regionali e locali, per la loro salvaguardia.

Innanzi tutto va precisato che l’abbandono delle vecchie varietà è stata una conseguenza anche del cambiamento delle richieste di mercato e della rete di vendita. Infatti, quelle commerciali, più standardizzate, rispondevano meglio alle esigenze del consumatore “moderno” e della Grande Distribuzione.

Oggi però il consumatore ricerca la novità di valore locale ed è particolarmente sensibile agli aspetti salutistici e ambientali.

Da qui la riscoperta dei frutti del passato, seppur per un mercato ancora di nicchia.

Tra le mele antiche del Friuli Venezia Giulia ricordo la Di Corone, lo Striato Dolce, le tante Ruggine, le Zeuka, il Giallo di Priuso, le Rosse invernali, il Dal Fièr, le Narazins, la Dal Dolꞔ, la Marc Panara, tra le pere la Napoleone, il Pero di Vienna, il Pẽr dal Cònt, il Pẽrs Campanèi, che già con il loro nome raccontano di uomini, come Marco Roman detto Panara emigrante della Val Colvera, o loro specifiche caratteristiche organolettiche. Le varietà raccolte e catalogate dagli organismi di ricerca regionali sono però centinaia, anche se in molti casi di scarso interesse per la frutticoltura.

Perché le vecchie cultivar oggi hanno un grande valore?

I frutti del passato rappresentano la biodiversità, fondamentale per l’equilibrio di ecosistemi e di conseguenza per la salute dell’uomo e del pianeta. Ci rimandano però anche al nostro passato, alle tradizioni e conoscenze dei nostri avi e fanno quindi parte della cultura dei luoghi.

Dal punto di vista agronomico sono più resistenti alle malattie e per questo più adatte al metodo di produzione biologico. Gli alberi di vecchie varietà sono spesso espressione di un’agricoltura estensiva che abbellisce il paesaggio e che valorizza il territorio anche in ambito turistico.

I “pomi del passato” possono però rappresentare anche una nuova opportunità per le imprese agricole perché consentono loro di porsi sul mercato con un’offerta particolare, caratterizzata da una forte identità territoriale.

Lo hanno capito diversi giovani imprenditori agricoli che in Friuli Venezia Giulia coltivano mele antiche per la trasformazione in succhi, confetture, tisane ed altro e che, grazie ai nuovi strumenti digitali e una buona strategia di marketing, riescono ad arrivare a una clientela sempre più ampia.

In conclusione, a coloro che sono interessati a toccare con mano queste vecchie varietà, consiglio una visita alla Mostra Itinerante delle Mele Antiche, curata dall’Associazione Amatori Mele Antiche di Fanna (PN), che ogni anno ha luogo a ottobre in un diverso paese dell’area montana e pedemontana del pordenonese e, nel mese di settembre, l’annuale Festa della mela di Tolmezzo (UD).

Forse con un maggior consumo di questi frutti ricchi di profumi e sapori, ma anche di polifenoli, vitamine e sali minerali, potremo veramente dire che “Una mela al giorno toglie il medico di torno!

 

21 luglio 2021