Nella nostra spesa alimentare aumentano i cibi ready2eat e i prodotti freschi tra cui spiccano verdura e frutta.

Lo evidenzia il Rapporto Coop 2019Economia, consumi e stili di vita degli italiani di oggi. 

La vendita di cibi ready2eat, cioè pronti da mangiare, ha registrato in Italia nell’ultimo anno un giro d’affari di 1,6 miliardi di euro (+9,3%), con consistenti aumenti quantitativi delle vendite, nel primo semestre 2019, di snack dolci a base di frutta (+ 84,2%), primi piatti  (+ 56,7%) e altri piatti pronti (54,4%) e, al contrario, una diminuzione per secondi piatti a base di pesce – sushi (- 64, 3%) e piatti vegan come burger/crocchette (-25,4%) e polpette (-16,8%).

Nello stesso periodo c’è stato, contrariamente alle tendenze degli ultimi anni, un aumento del commercio del 13,2 % in valore di carne confezionata in prevalenza di specie avicunicole.

La dieta alimentare della popolazione nel complesso dovrebbe essere migliorata perché sono cresciute anche le vendite di verdura (+ 8%) e frutta fresca (+2,2%). Preoccupa e deve far riflettere però il fatto che, rispettivamente, ben il 61% e il 40% dei valori si riferiscono a prodotti a prezzo imposto e quindi confezionati, spesso poco sostenibili dal punto di vista ambientale e socio economico.

Nei supermercati gli spazi espositivi riservati a prodotti di IV e V gamma (ortofrutta fresca, lavata, confezionata e pronta per l’uso e frutta e verdure cotte e ricettate confezionate e pronte per l’uso) continuano a crescere, ma a fronte di praticità e comodità d’uso di questi prodotti, presenti oramai sulla tavola di oltre il 40% delle famiglie italiane, credo dovremmo infatti cercare di capire anche le conseguenze derivate dal loro acquisto.

Reddito e consumi

Lo studio COOP ha sottolineato nel 2018, per la prima volta dal 2013, una diminuzione dei consumi generali sull’anno precedente.

Nel decennio 2008 – 2018 hanno speso di più i pensionati, sono aumentate le difficoltà per giovani e famiglie con figli e si è accentuato il divario fra famiglie ricche e meno abbienti.

La spesa media familiare, riferita a tutti i tipi di consumo, è cresciuta percentualmente in Abruzzo (+ 6,2), Valle d’Aosta ( + 5,9), Calabria (+ 5,2), Sicilia (+ 4,8), Molise (+4,7), mentre è diminuita nelle regioni del Nord (nella mia regione Friuli Venezia Giulia – 2,6%), ad eccezione della Valle d’Aosta, e in parte dell’Italia Centro meridionale. Naturalmente è opportuno tenere in considerazione anche i valori regionali assoluti, che nel 2018 oscillavano tra un massimo di spesa mensile di € 3.020 in Lombardia e un minimo di € 1.908 in Calabria.

Come risaputo gli italiani sono amanti della buona tavola e per questo riservano all’alimentare il 14,2% della loro spesa, a differenza degli abitanti di altri paesi come ad esempio il Regno Unito, che destinano al cibo solo l’8,2%.

Tendenzialmente in Italia i prodotti alimentari costano meno che in altre parti d’Europa e la crescita media dei prezzi negli ultimi anni è stata piuttosto contenuta (purtroppo in molti casi a scapito dei produttori!), anche se nel lungo periodo si registrano incrementi più consistenti per frutta, verdura e pesce.

Di fatto, all’impoverimento del ceto medio e alla concentrazione della ricchezza in una fetta limitata della popolazione, corrisponde anche una polarizzazione della scala di prezzi dei prodotti alimentari, con la crescita di quelli di fascia alta e, in misura inferiore, di fascia bassa e la diminuzione di quelli di fascia media. Da qui l’aumento delle vendite nei discount.

La fuga dai fornelli

I consumi fuori casa sono in crescita.

Secondo l’Istat, nonostante la crisi, nel 2018 i consumi alimentari fuori casa hanno raggiunto la quota del 36%  (nel 2008 erano il 32%). Anche il Rapporto Annuale 2018 della FIPE – Federazione Pubblici Esercizi sui consumi alimentari delle famiglie ha rilevato, nel decennio 2007 – 2017, una crescita della spesa per la ristorazione del 4,5 %.

Si mangia fuori soprattutto per mancanza di tempo e per socializzare. Le cose potrebbero però cambiare. Rilevazioni Nielsen della seconda metà 2019 evidenziano come ben il 56% degli italiani per risparmiare tenda a ridurre proprio i pasti fuori casa.

Di fatto, anche se a casa, gli italiani sempre più preferiscono non cucinare e ricorrere, soprattutto nelle città, alla consegna a domicilio (food delivery)e all’asporto (take away).

Negli ultimi venti anni gli italiani hanno quasi dimezzato il tempo dedicato ai fornelli, passando da un’ora al giorno a soli 37 minuti. In molti casi la cucina è diventata un hobby, un’attività che dà valore al tempo libero e, in quanto tale, da praticare solo in determinate condizioni e non per la preparazione dei pasti funzionali al nutrimento giornaliero.

I valori del cibo

Quali sono gli aspetti che inducono gli italiani ad acquistare un prodotto alimentare rispetto ad un altro? A cosa danno valore?

Secondo il Rapporto Coop danno valore per il 50% all’italianità e alla filiera (controllata e tracciata), per il 27% a salute e benessere (cibo di qualità che fa star bene), per il 22% a sostenibilità ambientale e sociale (confezioni riciclabili, biologico, prodotto con fonti di energie rinnovabili e con ridotto consumo d’acqua, ecc.) e per il 20% a piacere e gratificazione (cibo gustoso).

Particolarmente attenti agli aspetti ambientali sono i Millenials, cioè i nati  tra il 1981 e il 1996 e quindi nella fascia di 23 – 38 anni di età.  Probabilmente comprendono però anche una fetta di consumatori  low cost, così definiti in una precedente indagine COOP, sensibili e informati, ma costretti a risparmiare sul cibo per il basso reddito.

Alla luce delle problematiche che stanno emergendo a livello mondiale, credo che in futuro sostenibilità e piacere andranno di pari passo e si parlerà sempre più di sensorialità sostenibile perché, come dice lo scrittore Wendell Berry,  “«piacere e gusto del cibo, non possono limitarsi all’atto finale del consumo/degustazione. Il piacere nasce dalla conoscenza, inizia prima di mangiare e prosegue dopo, connettendosi a una serie di elementi etici, estetici, sociali, politici»

Cambiamenti climatici e agricoltura

L’agricoltura italiana dovrà fare i conti con i cambiamenti climatici in atto.

Dal 2001 ad oggi la temperatura media è cresciuta di 1,3 gradi e pur rimanendo invariata la quantità totale di precipitazioni, le quantità medie massime giornaliere sono passate dai 75,4 mm, del periodo 2001 – 2010, agli 80,7 mm degli ultimi otto anni.

Dunque piogge sempre più intense, mal distribuite nel corso dell’anno, che lasciano il segno su territorio e colture.

L’innalzamento delle temperature sta favorendo la diffusione al Sud delle coltivazioni di frutta esotica come ad esempio mango, avocado, banana, papaya. Anche un orticoltore della pianura friulana, poco tempo fa, mi raccontava che sta coltivando, con ottimi risultati, varietà di pomodoro caratteristiche delle zone più calde del meridione.

Di anno in anno aumentano poi le esigenze di irrigazione e di conseguenza diminuiscono le riserve d’acqua.

Per questi motivi nel giro di pochi anni la nostra agricoltura potrebbe subire profonde trasformazioni.

Le strategie delle imprese di produzione

Le imprese dell’agroalimentare sono chiamate a soddisfare non più bisogni individuali, ma collettivi e quindi a dimostrare responsabilità sociale, economica e ambientale.

Dovranno puntare su impegno, trasparenza e coerenza rivedendo, se necessario, l’impostazione aziendale e il modo di operare, ma anche spiegando al consumatore i maggiori costi di produzione che potrebbero incontrare.

Purtroppo noi consumatori spesso pretendiamo un’alta qualità dei prodotti ad un basso prezzo, pur immaginando che le due cose potrebbero non essere compatibili.

Con l’aiuto degli organi di controllo in materia di sicurezza alimentare, le imprese possono ridurre l’uso di materiali plastici e/o non riciclabili nel confezionamento e nella vendita.

Secondo una ricerca WWF l’inquinamento da plastica ci fa ingerire, attraverso cibo e acqua, ogni settimana 5 grammi, pari ad una carta di credito, di microplastiche.  Per il futuro è auspicabile non solo la diffusione della vendita alla spina di bevande, cereali, pasta, zucchero e olio, ma anche in contenitori portati da casa di prodotti di gastronomia, salumi e i formaggi. A questo proposito ci sono già campagne avviate ad esempio da Carrefour in Francia e in negozi Sigma in Italia.

Sicuramente non sarà semplice cambiare le nostre abitudini, ma solo attraverso la condivisione di valori e strategie comuni imprese e consumatori potranno raggiungere traguardi a vantaggio di tutti per un bene comune.

 

30 dicembre 2019