Il futuro dell’Italia passa per un ritorno all’agricoltura?

Tante persone ne sono convinte, ma com’era l’agricoltura nel passato?

Quali trasformazioni l’hanno caratterizzata nel corso degli anni e che importanza ha rivestito per la vita sociale ed economica del nostro paese?

Premesso che il territorio italiano si estende per circa il 20% in pianura (un tempo con vaste zone paludose), è collinare per il 40% e montano per il restante 40% e che l’Italia è povera di risorse naturali e sovrappopolata, il lavoro contadino è stato determinante per la crescita del paese.

Nonostante l’elevata urbanizzazione, per secoli i contadini e le loro famiglie hanno infatti costituito la parte più numerosa della popolazione.

Con informazioni del Quaderno Agricoltura e sviluppo economico: il caso italiano di B.Farolfi e M. Fornasari del Dipartimento di Economia dell’Università di Bologna, in questo articolo traccio percorsi e problematiche del settore negli ultimi tre secoli.

L’agricoltura prima dell’unità d’Italia

Nel XVI e XVII le forme di conduzione delle superfici agricole variavano a seconda delle zone.  In Val Padana c’erano aziende a salariati di dimensioni importanti, in Meridione c’erano i latifondi  (grandi estensioni incolte o al pascolo di un unico proprietario), nell’Italia centrale e nel settentrione c’era la mezzadria (contratto agrario con cui il proprietario assegnava terreni e abitazione al coltivatore/colono che la lavorava con la famiglia) e un po’ ovunque era presente anche la piccola proprietà coltivatrice.

Nel corso del Settecento si registrò in Europa, Italia compresa, un intenso processo di popolamento e di crescita demografica soprattutto nelle zone rurali che determinò un incremento della domanda di derrate alimentari, di materie prime e di semilavorati. Di conseguenza anche i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono.

L’attenzione di studiosi e politici per l’agricoltura crebbe e nel 1753 nacque a Firenze l’Accademia dei Georgofili “.. per far continue e ben regolate sperienze, ed osservazioni, per condurre a perfezione l’Arte tanto giovevole della toscana coltivazione.”, diventata poi istituzione nazionale con l’Unità d’Italia.

Alcuni sovrani illuminati avviarono progetti di sviluppo del settore, di liberalizzazione dei mercati, di soppressione di vincoli e  privatizzazione delle terre demaniali.  Di conseguenza tra il Settecento e l’Ottocento  aumentarono le superfici utilizzate, si diffuse la coltivazione di mais, riso, patata, l’allevamento del baco da seta, dei bovini da latte in Val Padana, la produzione di olio e vino in Meridione.  Al Nord si sviluppò la fabbricazione di seta, canapa e lino anche grazie alla disponibilità di manodopera abbondante e poco costosa delle famiglie contadine. Nel Risorgimento nacquero inoltre le prime società agrarie che diventarono luoghi di formazione e informazione della società civile e nelle aree più vocate come Lombardia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna aumentò la produzione di materie prime destinate alla nuova “industria” della vinificazione, della produzione casearia e della carta.

L’agricoltura nell’Italia unita

Nel 1861, anno di nascita dell’Italia, la popolazione era di circa 26 milioni di abitanti.  Nelle campagne le condizioni di lavoro e di vita dei contadini erano pessime ed il malcontento molto diffuso.

Con l’unificazione vennero emanate delle leggi che imponevano l’alienazione dei demani e delle proprietà ecclesiastiche e che portarono al trasferimento a privati, prevalentemente nobili e borghesi, di circa 3 milioni di ettari. Venne promossa l’istruzione agraria attraverso comizi agrari e l’apertura di scuole come l’Istituto forestale di Valleombrosa nel 1869, la Scuola di viticoltura ed enologia di Conegliano nel 1876 (la mia scuola!), la Scuola di zootecnia e caseificio in Reggio Emilia nel 1874.

L’intento era quello di far crescere l’economia nazionale attraverso lo sviluppo del settore primario e dell’ industria agroalimentare e con la vendita sui mercati internazionali dei prodotti.

Di fatto i risultati furono inferiori alle aspettative e le condizioni di vita dei contadini non migliorarono.  In Val Padana, Italia Centrale e Meridionale, si creò un mercato giornaliero di piazza di manodopera impiegata a giornata anche lontano da casa e costretta ad accettare qualsiasi compenso (talvolta anche solo un piatto di minestra) per la sopravvivenza. Nel 1881 i “giornalieri di campagna” erano oltre il 30% degli addetti all’agricoltura.

Con la liberalizzazione degli scambi, l’innovazione nei trasporti e nelle comunicazioni e l’apertura di nuove vie commerciali, si riversarono sui mercati europei cereali americani e russi, riso e seta dell’India e della Cina provocando una caduta dei prezzi. Gli effetti furono particolarmente gravi per quei paesi, come il Regno d’Italia, che avevano un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura. L’eccedenza di popolazione, la scarsità di cibo, la richiesta di forza lavoro non qualificata nell’Europa Occidentale, negli Stati Uniti e nell’America Latina determinarono quindi un’emigrazione di massa che tra il 1871 e il 1914 interessò temporaneamente o definitivamente ben 14 milioni di italiani.

La “questione agraria” era di fatto anche un problema sociale perché la classe rurale, pari al 60% della popolazione, non si identificava nello stato unitario e nelle sue istituzioni, ma al contrario si sentiva vessata dalle imposte e dalla prepotenza delle classi agiate.

I governi guidati prima da De Pretis e poi da Crispi intervennero pertanto con finanziamenti per opere di bonifica, per l’istruzione agraria, per il sostegno al credito agrario, nonché con l’introduzione di forti dazi sulle importazioni e l’adozione di una politica protezionista per cereali e barbabietola da zucchero.

Il divario fra Nord e Sud

Tra l’Ottocento e il Novecento l’agricoltura della Val Padana, e di parte dell’Italia centrale, intraprese cambiamenti tecnici ed organizzativi che diedero origine ad importanti incrementi della produzione agricola e delle attività di trasformazione (industria tessile, casearia, conserviera, vinicola e saccarifera).

Il divario fra settentrione e meridione in cui si viveva solo di agricoltura estensiva, aumentò notevolmente e nel periodo giolittiano (1901 – 1914) l’emigrazione dalle regioni meridionali rappresentò ben il 50% dell’emigrazione italiana.

Le rimesse degli emigranti e l’azione delle banche favorirono nel tempo il processo di industrializzazione dell’Italia anche ad opera di quei contadini che avevano scelto di rimanere. La percentuale di popolazione impiegata nell’industria, nel settore tessile rappresentata soprattutto da donne e minori, aumentò notevolmente.

Le guerre mondiali ed il fascismo

Con la prima guerra mondiale (1014 – 1918), e la chiamata alle armi dei contadini e dei conduttori di terreni, al sud ci fu un consistente abbandono delle coltivazioni ed in Val Padana un peggioramento della gestione delle aziende agricole.

Lo Stato assunse il controllo delle scorte e nel 1917 istituì il tesseramento dei generi di prima necessità. Di fatto divenne il principale acquirente del settore primario generando una distorsione del mercato dei prezzi.

Il primo dopoguerra fu invece caratterizzato da lotte agrarie con scontri, conflitti sociali, occupazione di terre anche a causa del forte aumento della disoccupazione agricola.

In quel periodo si andò però contemporaneamente a creare un vasto ceto di piccoli e medi proprietari terrieri costituito da fittavoli, mezzadri o salariati che per elevarsi socialmente cercarono di accaparrarsi un po’ di terra mentre la proprietà aristocratica e nobiliare si andava pian piano ridimensionando. L’acquisto era stato reso possibile da una maggiore disponibilità di denaro conseguente al  blocco degli affitti ed all’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli e dei salari durante la guerra. Un milione di ettari, di cui 2/3 al Nord, passarono dunque di proprietà.

A fronte delle imponenti trasformazioni del settore, del malessere della popolazione e dei movimenti che stavano interessando tutta la società civile, il Governo incaricò una Commissione di indagare l’assetto produttivo della nazione. La Commissione, composta da autorevoli politici e tecnici, elaborò un disegno che andava nella direzione di fornire ai contadini la terra da coltivare, privilegiandone la conduzione diretta, sostenere il contratto mezzadrile, ridurre il lavoro bracciantile e che auspicava una diminuzione al Sud del latifondo, ancora molto diffuso, ed una più equa distribuzione delle terre. La proposta, che aveva l’intento di ampliare le basi sociali di consenso, non fu però accolta dal Parlamento e il governo non intraprese azioni che avrebbero potuto frenare il malcontento ed arginare la crescita del fascismo, nato di fatto nelle campagne padane.

Con  l’ascesa nel 1922 del fascismo al potere crebbe l’attenzione verso il mondo rurale ancora scarsamente integrato nella vita nazionale.

Al Nord andava espandendosi l’industria, ma l’agricoltura era ancora il settore prevalente nell’economia nazionale ed occupava il 58% della popolazione attiva. Anche il fascismo mirava alla riduzione dei braccianti e alla crescita della piccola proprietà contadina, per assicurare la pace sociale.

La sua politica agraria si identificò però principalmente con la bonifica integrale e la battaglia del grano.

La bonifica integrale, come lascia intendere la parola, prevedeva non solo l’azione specifica come ad esempio il prosciugamento di terreni paludosi, ma la creazione di infrastrutture quali strade, reti idriche, sistemi di irrigazione e oltre all’intervento statale contemplava l’obbligo di partecipazione alle spese da parte dei proprietari terrieri. I provvedimenti legislativi introdotti consentirono, con il sostegno di società finanziarie e di credito, la sistemazione idrogeologica di vasti comprensori in Sardegna, Sicilia, Calabria, la bonifica delle paludi pontine nell’Italia centrale, di parte della Maremma toscana e di alcuni comprensori del Mezzogiorno.

La battaglia del grano avviata nel 1925 reintrodusse invece la protezione doganale, abbandonata nel 1915 e promosse l’intensificazione e l’ammodernamento delle produzioni per ridurre le importazioni e ottenere “l’indipendenza granaria”. Ciò portò effettivamente ad un aumento delle rese ad ettaro e nel breve periodo a risultati positivi sulla bilancia commerciale italiana (nel tempo a scapito di produzioni specializzate come vino ed olio).

La crisi mondiale dei primi anni Trenta determinò però una caduta media del 44% dei prezzi dei prodotti agricoli soprattutto per le colture dell’olivo e della vite, per la barbabietola da zucchero, la canapa ed il lino e la zootecnia. Nelle campagne si diffuse ancora una volta la disoccupazione, aumentò la migrazione temporanea dei braccianti, lo spostamento della popolazione verso i centri urbani e l’abbandono di aree rurali marginali soprattutto collinari e montuose. La forma di conduzione a mezzadria e la cooperazione acquistarono valore in quanto ritenuti sistemi di compartecipazione in grado di assicurare stabilità economica e sociale. In particolare al Nord si diffuse la cooperazione per la trasformazione dei prodotti agricoli: cantine e latterie sociali, essiccatoi di bozzoli per la seta, oleifici, distillerie, mentre il Sud, imperniato ancora sul latifondo non riusciva a sviluppare un’agricoltura più efficiente e moderna.

Nel 1938 l’agricoltura deteneva ancora il primato per l’occupazione, ma non rappresentava più il settore prevalente dell’economia nazionale. Il suo contributo alla formazione del PIL era infatti pari al 26,6%, contro il 30,3% dell’industria ed il 43% dei servizi (compresa pubblica amministrazione).

La crisi degli anni Trenta accentuò l’intervento dello Stato nella disciplina del mercato con gli ammassi obbligatori e la formazione dei prezzi per via amministrativa in base ad accordi tra le categorie. Contemporaneamente cresceva però il legame dell’agricoltura con l’industria a cui forniva manodopera, materie prime e generi alimentari e da cui acquistava sempre più prodotti e mezzi meccanici.

Dal secondo dopoguerra al MEC

Anche il secondo dopoguerra fu drammatico. La Prima Repubblica rese più favorevole ai coloni il contratto di mezzadria, confermò il regime degli ammassi obbligatori e assegnò a cooperative o ad altre istituzioni terre incolte. A quest’ultima azione si opposero violentemente i grandi proprietari. Nel Mezzogiorno, dove si concentrava maggiormente la disoccupazione, gli scontri e  le occupazioni furono particolarmente violenti, ma in quel periodo le lotte contadine si estesero, seppur con diverse rivendicazioni, un po’ in tutta Italia.

Nel 1950 il Parlamento approvò una legge di riforma agraria che aveva come obiettivo l’esproprio del grande latifondo e la distribuzione delle terre per rafforzare la piccola proprietà coltivatrice. La Democrazia Cristiana, maggior partito italiano, e la Federazione Italiana dei Coltivatori Diretti a cui aderivano un milione di famiglie e quasi cinque milioni di associati, sostenevano infatti tale forma di conduzione. Con la riforma vennero espropriati 700.000 ettari di latifondo, che furono assegnati a circa 113.000 famiglie.

Di seguito fu creata la Cassa del Mezzogiorno che avrebbe dovuto costruire una rete di infrastrutture ed opere pubbliche per uno slancio produttivo dell’area meridionale. Di fatto la dimensione e le caratteristiche dei poderi non garantivano un reddito apprezzabile, ma la riforma ridusse la piaga del latifondo, lo sfruttamento dei braccianti e contribuì a contenere la disoccupazione.

Nel Nord aumentò la dimensione aziendale e la conduzione diretta delle superfici agricole mentre andava sempre più riducendosi la mezzadria.

Con la crescita dell’industria, l’agricoltura divenne poi un serbatoio da cui attingere manodopera a basso costo. L’industrializzazione del Nord ovest portò ad ondate migratorie, da sud a nord, che tra il 1955 ed il 1971 interessarono nel Mezzogiorno più di 9 milioni di persone.

La popolazione attiva nel primario si ridusse agli inizi del 1961 al 30% del totale.

Sempre nel 1961 venne varato il Piano Verde che offriva sostegno pubblico alle piccole aziende contadine e familiari per la loro trasformazione in imprese efficienti e razionalmente organizzate. L’agricoltura di pianura divenne sempre più specializzata, produttiva e meccanizzata, assumendo caratteristiche “industriali”, e si accentuò il fenomeno di abbandono delle aree montane e marginali.

Nel 1957 con la formazione del Mercato Europeo Comune (MEC) si avviarono nel settore politiche comuni a livello europeo.

Ma per questo argomento vi rimando all’articolo Dove va la PAC ?

Il settore ai nostri giorni

Secondo i dati dei censimenti ISTAT, dal 1982 al 2010 le imprese agricole e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) sono diminuite rispettivamente del 53% e del 21% ed il numero di allevamenti addirittura del 77,8%. Nel 2013 quasi il 93% delle aziende era a conduzione diretta e risultavano impegnati in agricoltura il 15% dei lavoratori attivi.

Di fatto specializzazione e meccanizzazione hanno determinato nel tempo la presenza sul territorio di aziende suddivisibili in due categorie: da una parte  quelle di grande dimensione, quasi sempre con un’agricoltura di tipo industriale, e  dall’altra tante microimprese, situate soprattutto in aree marginali, che per le loro caratteristiche e la loro posizione incontrano notevoli difficoltà nel collocare sul mercato i  prodotti al tal quale o trasformati.

Dell’importanza di sviluppare collaborazioni di filiera, produzioni di qualità, attività connesse a quella agricola, ho ampiamente parlato in:

La bilancia commerciale

Secondo i dati Ismea su La bilancia commerciale agroalimentare nazionale nel 2017, le esportazioni  (in crescita) di prodotti agroalimentari sono state di 41 miliardi di euro, di cui l’83% dell’industria alimentare e le importazioni di circa 45 miliardi.

Il 65% delle nostre esportazioni interessano paesi UE con in testa Germania, Francia e Regno Unito. Nel 2017 si è inoltre registrata una buona crescita di mercato in Spagna, Polonia e Francia. I nostri maggiori acquirenti extra UE sono invece in ordine decrescente USA, Svizzera, Giappone, seguiti da Canada, Australia, Russia e Cina. I comparti produttivi più rappresentati all’interno dell’export sono vino, derivati dei cereali, frutta fresca e trasformati, mentre le nostre importazioni interessano soprattutto prodotti ittici, colture industriali, animali e carni.

 

Si può parlare di “ritorno” all’agricoltura?

Tante persone affermano che “con il nostro territorio, il nostro clima e le nostre produzioni potremmo vivere solo di agricoltura” (qualcuno ci aggiunge anche il turismo).

Purtroppo la realtà è un po’ più complessa e credo che approfondire la conoscenza del settore primario e delle sue problematiche attuali e passate sia importante per le nostre scelte di cittadini e consumatori.

Credo non si possa parlare solo di agricoltura ma, come ci insegna la storia, si debba guardare al primario come ad un comparto in equilibrio con gli altri settori.

Credo che l’agricoltura debba affrontare un processo di cambiamento, con la revisione di taluni modelli di produzione poco sostenibili, ma che non sia corretto prendere ad esempio realtà oggi proposte dai media con titoli tipo “lascia il posto fisso da manager per coltivare l’Erba Luigia (è un’erba utilizzata per la preparazione di bevande che sto citando solo a titolo ironico)”, facendo credere a tanti giovani che si possa fare impresa e reddito con un fazzoletto di terra coltivato con una nuova pianta ancora sconosciuta o poco presente sul mercato.

Suonerà banale, ma credo che per parlare di agricoltura bisogna conoscerla e pensare a soluzioni specifiche per i singoli territori anche se legate tra loro in un disegno unico regionale, nazionale ed europeo.

 

16 gennaio 2019